Socrate – un richiamo dell’Anima

In questi giorni è accaduto qualcosa di inatteso.
Ho iniziato a canalizzare Socrate, senza averlo mai studiato prima, senza conoscerne davvero il pensiero, né la sua storia. È successo all’improvviso, con naturalezza.

In un secondo momento ho sentito il bisogno di conoscerlo meglio. E leggendo le sue parole – riportate attraverso Platone – sono rimasta profondamente colpita nello scoprire quante risonanze esistano tra il suo messaggio e il lavoro che svolgo oggi.

Socrate non parlava di successo, né di carriera, né di realizzazione nel senso comune del termine.
Eppure, il cuore del suo insegnamento tocca esattamente ciò che per me è centrale: la cura dell’anima.

“Non ti vergogni di preoccuparti del denaro, della reputazione e degli onori,
e di non curarti invece dell’anima, perché sia la migliore possibile?”

In questa domanda è contenuto tutto.
Non è una condanna del mondo materiale, ma un richiamo all’ordine interiore.
Un invito a ricordare che la vera realizzazione nasce dall’allineamento con l’anima, con il suo piano incarnativo, con ciò per cui siamo qui.

Il mio lavoro accompagna le persone proprio in questo:
riconoscere la propria anima, comprendere il suo progetto, e dare forma concreta alla missione che chiede di essere vissuta, anche – e soprattutto – nel mondo.

Ho trovato in Socrate un alleato.
Un’anima affine che, in un tempo lontano, faceva esattamente ciò che oggi sento come chiamata: scuotere, interrogare, riportare l’essere umano a sé stesso, alla propria coscienza, alla propria responsabilità interiore.

Avevo già avuto contatti con Pallas Atena, e ritrovarmi ora di nuovo in connessione con l’antica Grecia è piacevolissimo. Ho la forte sensazione che sia soltanto l’inizio e che arriveranno ancora pensieri, intuizioni e comprensioni luminose, utili per il lavoro di realizzazione della missione dell’anima, oggi più che mai necessario.

Questa pagina è un omaggio.
A Socrate.
E a tutti coloro che sentono che vivere senza interrogarsi non è vivere davvero.

Apologia di Socrate

(secondo Platone)

Nota sull’origine dell’Apologia

L’Apologia di Socrate è un dialogo scritto da Platone, discepolo diretto di Socrate. Il testo ricostruisce il discorso di difesa pronunciato da Socrate davanti al tribunale di Atene nel 399 a.C., quando fu accusato di empietà e di corrompere i giovani.
Socrate non ha lasciato scritti: ciò che conosciamo del suo pensiero ci è giunto attraverso i suoi discepoli, in particolare Platone e Senofonte. L’Apologia è considerata il testo più vicino allo spirito e alla voce del Socrate storico, non come trascrizione letterale, ma come testimonianza fedele della sua posizione interiore, etica e spirituale davanti alla vita e alla morte.

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Ateniesi, non so che effetto abbiano avuto su di voi le parole dei miei accusatori. Quanto a me, ascoltandoli, per poco non dimenticavo chi fossi, tanto parlavano in modo persuasivo. Eppure, a dire il vero, non hanno detto nulla di vero.

Tra le molte menzogne che hanno pronunciato, una mi ha colpito più di tutte: quando hanno detto che dovete guardarvi da me, perché sarei abile nel parlare e capace di ingannarvi con le parole. Non provare vergogna, per loro, nel vedermi qui senza alcuna arte oratoria, ma parlare come sono abituato a fare, con parole semplici e vere — questo sì, mi è parso davvero sorprendente.

Io infatti, Ateniesi, non sono un abile oratore, se non in questo solo senso: che dico la verità. Perciò vi chiedo una sola cosa: non fate rumore se mi sentirete parlare come ho sempre fatto. Non è giusto che alla mia età io mi presenti davanti a voi come un giovane che ha imparato a costruire discorsi. Io parlerò semplicemente, dicendo ciò che mi viene alla mente, fidandomi della giustizia delle mie parole, non della loro forma. Perché ciò che conta, in questo momento, non è come parlo, ma se ciò che dico è vero oppure no.

Ora voglio difendermi, Ateniesi, non tanto da queste accuse recenti, quanto da quelle più antiche, che da molto tempo vivono nella vostra mente. Molti di voi mi conoscono da anni e hanno sentito dire che esiste un certo Socrate, un uomo che si occupa di cose celesti e sotterranee, che rende forte il discorso debole e insegna queste cose agli altri. È contro questa immagine che io devo prima difendermi, perché è più pericolosa delle accuse che oggi mi vengono mosse.

Forse qualcuno di voi si chiederà da dove nasca questa mia fama e da dove vengano queste accuse. Cercherò di spiegarlo, dicendo solo la verità. Ho avuto un amico, Cherefonte, impetuoso e ardente in tutto ciò che faceva. Un giorno andò a Delfi e osò interrogare l’oracolo chiedendo se esistesse qualcuno più sapiente di me. La Pizia rispose che non esisteva nessuno più sapiente di Socrate.

Quando venni a sapere questa risposta, rimasi perplesso. Mi dissi: “Che cosa intende dire il Dio? Che senso ha questo enigma? Io infatti so di non essere sapiente né in grande né in piccolo”. Eppure il Dio non può mentire. Così decisi di indagare il significato dell’oracolo.

Andai allora da uno di coloro che erano ritenuti sapienti, pensando che lì avrei potuto confutare l’oracolo. Ma dopo aver parlato con quest’uomo, compresi che egli credeva di sapere, ma non sapeva. E io, almeno, non credevo di sapere ciò che non sapevo. Così mi allontanai pensando di essere, rispetto a lui, un poco più sapiente proprio perché non pensavo di sapere ciò che non sapevo.

Mi rivolsi poi ad altri, e accadde sempre la stessa cosa. Compresi così che coloro che godevano di grande reputazione erano in realtà i più lontani dalla sapienza, mentre altri, considerati inferiori, erano più vicini alla verità.

Andai allora dai politici, e mi accorsi che credevano di sapere come governare e guidare gli altri, ma non sapevano ciò che credevano di sapere. E quando cercavo di mostrarlo loro, si irritavano con me e mi rendevo odioso anche a molti di quelli che li ascoltavano.

Mi rivolsi poi ai poeti. Presi le loro opere più belle e chiesi loro che cosa intendessero dire. Mi accorsi che non erano loro a comprendere ciò che avevano scritto, ma che parlavano per ispirazione, come profeti o indovini. Dicevano molte cose vere e belle, ma senza sapere ciò che dicevano. Così compresi che neppure i poeti erano sapienti.

Infine andai dagli artigiani. Qui trovai persone che sapevano davvero molte cose, e in questo erano più sapienti di me. Ma anche loro cadevano nello stesso errore: poiché erano esperti in un ambito, credevano di essere sapienti in tutto il resto.

Da tutto questo compresi che il Dio aveva ragione. La sapienza umana vale poco o nulla. E quando il Dio dice che Socrate è il più sapiente, intende dire che, tra gli uomini, è più sapiente colui che riconosce di non sapere.

Da allora continuo a cercare e a interrogare, secondo l’indicazione del Dio, chiunque creda di essere sapiente. E quando scopro che non lo è, mostro anche a lui che non è sapiente. Per questo mi sono procurato molte inimicizie e vivo in povertà, poiché non ho mai avuto tempo di occuparmi delle cose della città o della mia casa, essendo al servizio del Dio.

Se mi direte: “Socrate, questa volta ti assolviamo, ma a condizione che tu smetta di interrogare e di filosofare”, io vi risponderò così: “Ateniesi, vi sono riconoscente, ma obbedirò al Dio piuttosto che a voi. E finché avrò respiro e forza, non smetterò di filosofare, di esortarvi e di mostrarvi la verità, dicendo a ciascuno: non ti vergogni di preoccuparti del denaro, della reputazione e degli onori, e di non curarti invece dell’anima, perché sia la migliore possibile?”

Io dico queste cose per il vostro bene. Il Dio mi ha posto nella città come un tafano su un grande cavallo, nobile ma lento, per scuoterlo dal torpore. Se mi ucciderete, farete più male a voi stessi che a me.

Forse vi sembrerà strano che io non abbia mai partecipato alla vita politica. Ma la ragione è questa: una voce divina, fin dall’infanzia, mi accompagna. È una voce che non mi spinge ad agire, ma mi trattiene ogni volta che sto per fare qualcosa di sbagliato. Se io avessi fatto politica, sarei morto da tempo e non avrei giovato né a voi né a me stesso. Nessun uomo che si opponga sinceramente all’ingiustizia può salvarsi la vita.

Dopo che ho parlato così, non mi meraviglio del verdetto che avete pronunciato. Ora, secondo la legge, devo proporre io stesso una pena. Se dovessi dire ciò che è giusto, direi che merito di essere mantenuto a spese pubbliche, poiché ho cercato di rendervi migliori. Ma poiché questo vi sembrerà offensivo, propongo una multa, per quanto posso permettermi.

A voi che mi avete condannato voglio dire questo: temete la morte come se sapeste che è un male. Ma temere ciò che non si conosce non è forse credersi sapienti senza esserlo? Io non so che cosa sia la morte. So però che è un male compiere ingiustizia e disobbedire a ciò che è giusto.

La morte, infatti, o è un sonno profondo senza sogni, e allora è un grande guadagno, oppure è un viaggio dell’anima verso un altro luogo, dove si incontrano coloro che sono morti prima. E quale bene più grande potrebbe esserci che interrogare, anche là, coloro che si credono sapienti?

A voi che mi avete assolto e a voi che mi avete condannato dico questo: è giunto il momento di andare. Io a morire, voi a vivere. Chi di noi vada verso il meglio, nessuno lo sa, tranne il Dio.

Socrate

 

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